Le ultime ricerche svolte dall’Osservatorio Mecspe sfatano il mito delle piccole e medie imprese “resistenti” all’innovazione.

Nel I semestre 2018 il digitale ha trasformato in modo significativo oltre il 60% delle aziende manifatturiere e il 56% degli imprenditori percepisce la propria azienda come innovativa.
Il 70% delle PMI intervistate ritiene che tra i migliori strumenti di avvicinamento all’innovazione ci sia in primis il trasferimento di conoscenza, a seguire la consulenza mirata (64,8%), le comparazioni con aziende analoghe (36,4%), i workshop (31,8%) e la tutorship di un’accademia o di un’università (23,3%).

Questo trend positivo spinge il 21% delle PMI italiane ad investire nel prossimo anno fino al 20% del fatturato in ricerca e innovazione.
Anche se una parte degli intervistati non ha ancora attivato partnership tecnologiche, il 30,9% sta prendendo in considerazione quest’opportunità, mentre il 30,4% ha fiducia nel concetto di filiera e ha già puntato su queste collaborazioni per favorire lo sviluppo tecnologico della propria azienda.

Al momento, i principali fattori di rallentamento della digitalizzazione sono rappresentati da un rapporto incerto tra investimenti e benefici (per il 43,5% delle aziende), dagli investimenti richiesti troppo alti (35,7%), dalla mancanza di competenze interne (26,2%), dall’arretratezza delle imprese con cui si collabora (17,9%), dall’assenza di un’infrastruttura tecnologica di base adeguata (14,3%), dalla mancanza di una chiara visione del top management (12,5%) e da troppi dubbi sulla sicurezza dei dati e sulla possibilità di cyber attack (4,8%).

In questo quadro che ruolo svolgono persone e tecnologia?
Nel processo di trasformazione digitale, il rapporto uomo-macchina viene visto sotto più punti di vista. Oltre il 50% del campione ritiene che le persone abbiano sempre un ruolo fondamentale e che la percezione umana sia il vero driver del cambiamento. Per il 36%, invece, è la tecnologia ad avere un ruolo di primo piano, ma solo se supportata da un’adeguata formazione umana e da un cambiamento culturale.
Alla domanda se le attuali figure professionali scompariranno, il 68,3% risponde “Non del tutto”, pronosticando che si assisterà alla nascita di nuove figure con forti competenze in ambito IT; per il 24,3% alcune figure rimarranno insostituibili, mentre il 7,4% pensa che le professioni tradizionali non riusciranno a tenere il passo e saranno inevitabilmente sostituite.

I giovani e il loro futuro
Guardando al futuro, ai giovani e alle digital skill, i profili specializzati più richiesti entro il 2030 saranno il Robotic Engineer (30,3%), gli specialisti dei Big Data (17,9%), i programmatori di intelligenze artificiali (13,8%), gli specialisti IoT (9,2%), il Multichannel Architect (7,7%) e gli esperti di cybersicurezza (6,2%).

Dal punto di vista della preparazione complessiva che la quarta rivoluzione industriale richiede al personale nell’analisi e gestione dei dati, il livello di competenze è giudicato alto da quasi 6 imprenditori su 10 (56,2%) e medio dal 38,4% degli intervistati.
Per la ricerca di nuove professionalità che facciano fronte alla sfida dell’industria 4.0, l’azienda si indirizza soprattutto verso agenzie di ricerca del personale (53,4%) e Università (38,9%). Molto raramente verso gli uffici di collocamento (9,6%).

L’andamento delle PMI
Per quanto riguarda l’andamento economico delle PMI italiane, nella prima metà del 2018, rispetto allo stesso periodo del 2017, i fatturati hanno registrato una crescita per il 61,4% delle aziende, mentre il 32,4% dichiara stabilità e il 6,1% un calo. Un aumento significativo rispetto al 2017, con ben 12,6 punti percentuali in più.
Per quanto riguarda le previsioni per gli ultimi mesi del 2018, sul fronte dei fatturati il 66,6% si aspetta una crescita, il 28,5% stabilità e il 4,9% prospetta un calo. Numeri ancora in aumento rispetto a quelli di un anno fa, quando la percentuale delle aspettative positive era del 57,9%.

Le PMI e l’export
L’export resta un fattore chiave per le PMI locali con il 70% delle aziende manifatturiere che dichiara di esportare i propri prodotti e servizi all’estero. Il 25,4% dichiara di realizzare fuori dall’Italia meno del 10% del proprio fatturato, il 12,1% dal 46% al 70% e il 4,5% oltre il 70%.

Chi esporta punta prevalentemente verso gli Stati dell’Europa Centro-Occidentale (82,4%), seguiti da quelli dell’Est Europa (49,5%), dell’Asia (30,8%) e del Nord America (26,4%).

Nei prossimi 3 anni solo il 6,5% si aspetta una contrazione del business in cui opera, il 59,8% è convinto dello sviluppo del proprio mercato di riferimento e il 33,7% crede non ci saranno grosse variazioni rispetto all’andamento attuale.